sabato 9 dicembre 2017

La nuova chiesa... il primo matrimonio


Tutti voi sapete che il 21 ottobre 2017, nel rione Puzzaniello di Marcianise, é stata  finalmente inaugurata la nuova chiesa, dedicata a San Giovanni Paolo II, la cui posa della prima pietra risale al 9 febbraio 2008, con una cerimonia officiata dall'allora vescovo di Caserta Raffaele Nogaro.
L'inaugurazione, secondo la tradizione della chiesa cattolica è stata completata con l'inclusione nell'altare maggiore di una reliquia appartenuta a grande Papa.
Momento delle cerimonia (foto Pastificio Golino)
Si tratta di un opera che va ben al di là della semplice funzione religiosa, ma racchiude nel suo perimetro  spazi di aggregazione, come un amplia sala conferenze, aule per il catechismo ed altro ancora che se ben sfruttato darà un forte impulso alla crescita sociale e, perché no? ... economica del rione, ricco di potenzialità, oltre che di fede.
Come ogni cosa ha un inizio, così come per esempio il 21 ottobre si è svolta la prima celebrazione, anche sabato 2 dicembre 2017 non è da meno perché è stato ufficiato il primo matrimonio.
I novelli sposi sono Angela Campanile e Gaetano Colella. La solenne celebrazione, iniziata alle 10:45, è stata  allietata dai canti della corale della parrocchia di Puzzaniello, (che è, e rimane ancora San Giuliano Martire) e della quale anche Angela ne fa parte da diversi anni, e presieduta dal parroco don Gianni Vella.
Ecco che alle 12:30 gli sposi, usciti dalla chiesa, hanno inaugurato il buffet di benvenuto, con dolci e salati della tradizione marcianisana ed infine si sono avviati al ristorante seguiti dai numerosi e festanti invitati.
Il novelli sposi, Angela e Gaetano, inaugurano il buffet (foto Pastificio Golino)
Panoramica del buffet (foto Pastificio Golino)


mercoledì 6 settembre 2017

I libri di Superquark 2017

23/08/2017

Andrea Wulf
L'Invenzione della natura

Le avventure di Alexander von Humboldt
l'eroe perduto della scienza

Luiss 2017

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Randolf Menzel
Matthias Eckoldt
L'intelligenza delle Api

Cosa possiamo imparare da loro

Raffaello cortina editore

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Lèo Grasset
Il Torcicollo della giraffa

L'evoluzione secondo gli abitanti della savana

edizioni dedalo

16/08/2017

Maria Luisa Villa
La scienza sa di non sapere, per questo funziona

Guerini e associati

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Massimo bucchi
Come vincere un Nobel

Einaudi editore

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Vincenzo Garone
Alvert Einstein
Il costruttore di universi

Editore Laterza

09/08/2017

Ellizabeth Blackburn
Elissa Epel
La scienza che allunga la vita

Mondadori editore
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Guido Barbujani
Luisa Vozza
Il gene riluttante
Diamo troppe responsabilità al DNA?

Zanichelli editore
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Arnaldo Benini
Neurobiologia del tempo
Raffaello Cortina, editore

02/08/2017
Piorgiorgio strata
Dormire, forse sognare. Sonno e sogno nelle neuroscienze

Carocci editore
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Diva sobel
Le stelle dimenticate
Storia delle scienziate che misurarono il cielo

Rizzoli editore
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William Rosténe
Jaques Epelbaum
Il cervello

Edizioni dedalo

26/07/2017

Maria Konnikova

Mastermind. Pensare come sherlok Holmes

Ponte delle grazie editore

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Frans de Waal
Siamo così intelligenti da capire l'intelligenza degli animali?

Raffaello Cortina editore.

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Alison Gopnik
Essere genitori non è un mestiere
Cosa dice la scienza sulle relazioni tra genitori e figli

Bollati boringhieri editore

12/07/2017

Jerry Kaplan
Le persone non servono
Lavoro e ricchezza nell'epoca dell'intelligenza artificiale

Luiss

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Paolo Legrenzi
Armando Masserenti
L'economia nella mente
Come evitare le trappole che fanno perdere soldi

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Giovanni Vittorio Pallodino
Il caso e la probabilità
Le sorprese di una strana Coppia

Edizioni Dedalo

05/07/2017

Giulio Giorello
Elio Sindoni
Un mondo di mondi
Alla ricerca della vita intelligente nell'universo

Raffaello Cortina Editore

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Jim Al-Khalili
Alieni, C'è qualcuno la fuori

Bollati boringhieri editori

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Giovanni Dionami
La rivoluzione dell'universo
Noi umani tra i corpi celesti e spazi cosmici

Giunti editori

28/06/2017

Roberto burioni
Il vaccino non è un opinione
Le vaccinazioni spiegate a chi proprio non le vuole capire

Mondadori editore

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James Owen Weatherall
La fisica del nulla
La strana storia dello spazio vuoto

Bollati Boringhieri

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Maria Rosa Panté
La scienza delle donne
Ricerca, teoremi e algoritmi al femminile

Hoepli

21/06/2017

Anna Meldolesi
E l'uomo creò l'uomo
CRISPR e la rivoluzione dell'editing genomico

Bollati boringhieri

Giovanni Maga
Batteri spazzini e virus che curano
Come le biotecnologie riscrivono la vita

Zanichelli

Enrica Battifoglia
Vita sintetica
Breve storia degli organismi che non esistono in natura

Hoepli

giovedì 27 luglio 2017

Andrea de Capua, duca di Termoli

Molti sono coloro che hanno avuto il nome di Andrea nella grande famiglia de Capua.
Si tratta di una famiglia che ha avuto una enorme importanza nel regno di napoli, grazia alla sua cultura umanistica e al coraggio guerriero di molti suoi appartenenti, che a volte fondevano tutti e due queste abilità in un unica persona.
Tutte le fonti ne lamentano la difficoltà di tracciare le origini. Pare  molte finti  possiamo rintracciare le origini. Pare che il vero cognome non fosse de Capua ma Archiepiscopis, come si legge da un necrologio riportato nel monastero di San Benedetto di Capua, pubblicato da Francesco Maria Pratilli, nel tomo V della Historia  Principum Longobardorum, dove al 12 luglio si legge che tale Andreas de Episcopo Magne Cur. Jud, di cui il Pratilli dice senza dubbio padre di "Bartolomeo de Episcopo dicti de Capua" o come ancora più anticamente riportato,  cognome di tale Aldemaro de Capua, monaco presso il monastero di Montecassino, nominato Cardinale da Papa Alessandro II verso la fine del 1070.
C'e stato quindi un frammischiamento, nelle firme adoperate nei documenti nei vari secoli, dai componenti della famiglia, che spesse volte invece del loro cognome usavano il nome del paese di origine, anche per sottolineare la loro nobiltà , de Capua quindi, e il loro vero cognome.
Giungiamo quindi ad un Andrea de Episcopo, detto de Capua, figlio di Bertoldo, grande giurista. Forse iniziò la sua carriera come avvocato della Magna Imperialis Curia di Salerno all'epoca degli imperatori svevi, avendo vissuto sotto Federico II di Svevia. Tale notizia é presente in un documento del 1242 a riguardo di una causa. Questo documento a sua volta è riportato integralmente nel libro intitolato "Delle famiglie antiche di Capua".
Nel 1248, lo troviamo avvocato del fisco, presso il medesimo tribunale, notizia tratta da un "privilegio" spedito a Foggia, in favore del vescovo, ove si legge che nel 1250, nel mese di dicembre, avesse il titolo di Giudice della Gran Corte della Vicaria.
Alla morte di Federico, mantenne grande stima anche presso i sui figli, Corrado e Manfredi.
Lo troviamo poi consigliere familiare di Carlo I, il quale lo nominò, verso il 1271, ambasciatore e gli dette in possesso molti feudi. Morì intorno al 1280.
Fu padre del più noto Bartolomeo de Capua, che tanti benefici ottenne dal re Roberto, figlio di Carlo II e suo legittimo successore, al posto di Carlo, figlio del re d'Ungheria che doveva succedergli. Roberto, grazie ai suoi servigi ottenne il regno difeso abilmente davanti alla curia papale ad Avignone. tra le tante azioni meritevoli compiute, si annovera anche la fondazione del monastero di Montevergine.

Carlo VIII
Bisogna fare poi un salto nel XIV e precisamente il 7 ottobre 1396, quando Costanza di Chiaramonte, moglie di Ladislao Re di Napoli e da questo ripudiata, a causa della madre, che pur essendo vedova, aveva fama di vita dissoluta. Questa costanza di Chiaramonte fu data in moglie, dall'ex marito ad Andrea de Capua. primogenito di Luigi III, conte d'Altavilla, con circa trentamila ducati di dote. Si narra che a Gaeta, in pubblica piazza, la donna, proprio mentre veniva condotta alla chiesa per sposarlo pronunciasse le seguenti parole, in modo che tutti potessero sentirle:  "Signor Andrea, potere ritenervi il cavaliere più temerario del regno, perché  potete vantarvi di aver per concubina la legittima moglie del vostro signore, Re Ladislao". Il primo matrimonio fu poi reso nullo dal papa.

Ma l'Andrea de Capua che ci interessa è il 1* Duca di Termoli, 1* Conte di Gambatesa, figlio di Francesco e VII conte di Altavilla, conte di Campobasso e di Montagano. Signore di  Manfredonia, Guglionesi, Marcianise, Fragneto Monforte, Campodipietra, Monacilioni, Montorio nei Frentani, Campomarino. 
Il padre, Francesco sposò Elisabetta de Conti, di illustre famiglia romana e dal matrimonio nacquero dodici figli, sette maschi e cinque femmine. 
I maschi furono Luigi, Bartolomeo(1460), Andrea(1462), Giovanni, Annibale, Fabrizio e Giulio Cesare. Luigi e Bartolomeo furono signori di Riccia; Giulio Cesare, fu capitano di Ventura, Fabrizio arcivescovo di Otranto, e Giovanni, paggio del Re Ferdinando(Ferrante) II. Annibale sposò Lucrezia Ariamone che portò una ricchissima dote e divenne eccellente Cavaliere che, quando Carlo V arrivò in Napoli, fu scelto per parlare all'Imperatore prima di tutti gli altri.
Andrea nel 1491 sposò Maria d'Ayerba, della casa Aragonese, sorella di Francesco,  duca di Simeri.
In alcuni documenti sono riportati 5 figli dei quali un solo maschio, mentre in altri uno e precisamente, Ferdinando (detto Ferrante) , nato nel 1493.
Nel 1489 muore il padre Francesco e succede nella signoria di Altavilla e altri domini il fratello Luigi, ma questi nel 1496 si ritirò a vita privata e donò i suoi domini al fratello Bartolomeo, con il nome di III conte d'Altavilla.
Tempi tristi per la nostra terra, dove alle brame dei francesi e degli spagnoli, si associò spesso e volentieri la peste e la carestia a spargere morte e distruzione.
Lo troviamo dunque il 23 gennaio 1595 a Napoli, alla cerimonia di incoronazione di Ferdinando II(detto Ferrandino o Ferrante) a re di Napoli. Ne divenne Camerlengo e ottenne le terre di Montagnano e di Marcianise in perpetuo.
All'arrivo di Carlo VIII  il ducato di Termoli viene dato a Traiano Pappacoda, capitano delle milizie che militavano nelle file francesi.
Nel giugno 1595 partecipa alla Battaglia di Seminara, nei pressi di Monteleone,
Ferrandino alla Battaglia di Seminara
risoltasi con una cocente sconfitta delle truppe Napoletano-Spagnole e con la morte del fratello Giovanni, paggio di re Ferdinando II(Ferrandino), nonché Capitano delle milizie Aragonesi, morto per salvare il re che era finito sotto intenso attacco nemico.

Il cavallo del Re cadde e rimase infilato il suo piede nella staffa, Giovanni accorse, gli dette la sua cavalla e rimase a piedi a fronteggiare i nemici Franco-Svizzeri rimanendo ucciso. 
Dopo la battaglia persa dalle forze alleate, Andrea per salvarsi fugge in Sicilia, ma pur avendo perso la battaglia, la guerra non fu persa e la sorte, anche grazie alla fedeltà del popolo, come sarebbe accaduto all'epoca della repubblica partenopea, girò dalla parte di Re Ferdinando II e il regno viene riconquistato. I francesi vengono dunque cacciati, ufficialmente, il 7 luglio 1495.

Il 3 novembre 1495, riceve dal Re Ferdinando II, in ringraziamento dei suoi numerosi meriti e anche in riconoscenza di quelli del fratello Giovanni, morto in battaglia per difenderlo, essendo già conte di Campobasso, acquistato nel 1490 in occasione della ribellione di Cola Monforte,  in dono il ducato di Termoli e dei suoi casali, nonché la nomina a suo Camerario e Consigliere. La nomina a duca di termoli, viene in seguito confermata il 28 ottobre 1496 dal re Federico I.
Federici I di Napoli
I suoi possedimenti nel circondario, arrivavano a 24 paesi, con il privilegio di "jus exiturae et tractarum frumentum".
Nel tempo venne investito di numerosi altri feudi, sia donati che acquistati.
Sposa Maria d'Aierbo della famiglia reale d'Aragona.
Nel 1497, ad agosto, è presente a Capua all'incoronazione di Federico I .
Rientrato nei suoi possessi, Re Ferrante II, pone ordine ai feudi, per dare il premio a chi lo ha servito in guerra. Capitò quindi he sottrae alcuni domini ad Andrea de Capua e gli assegna in compenso San Martino Sannita e Guglionisi, togliendoli ai possessi di sua sorella Giovanna.
Ma i francesi non persero il loro interesse sul regno di Napoli e questa volta per riuscire nell'impresa, si accordarono segretamente con la Spagna.
Quindi attaccarono di nuovo e l'ignaro Re Federico II, richiese di nuovo l'intervento degli spagnoli, che inviarono di nuovo il Capitano Consalvo Ferrante, di Cordova,
Consalvo di Cordova
ma questa volta invece di aiutare combatterono contro il Re fino a spodestarlo, in ottemperanza all'accordo siglato.
In questa guerra, si svolge anche uno degli avvenimenti meno narrati della storia ma tra i più cruenti, frutto della vendetta e della cupidigia del duca Valentino, Cesare Borgia. Il Sacco di Capua.
Si narra che dopo quattro giorni di assedio, alla città fu chiesto un riscatto che fu accordato. Nel momento in cui si aprirono le porte e i nemici vennero fatti entrare in pace, all'atto della consegna del riscatto, il duca Valentino ordinò il massacro e le sevizie. Erano le tredici del 24 Luglio 1501. Almeno 5000 persone persero la vita quel giorno, anche donne e bambini.
Questa guerra segno la fine del regno aragonese nel sud, che venne spartito secondo gli accordi dalle due potenze rivali.
Purtroppo la pace nn poteva durare, infatti il Regno, già amministrativamente diviso in provincie fu spartito tra le due potenze, due province per ognuna. In particolare la Campania e l'Abruzzo passarono alla Francia, mentre la Puglia e Calabria agli spagnoli. Restò purtroppo il nodo della quinta provincia, la Capitanata.
Nel 1502, il 3 di aprile,  a causa di contenziosi legati proprio a possesso di detta provincia, scoppiò il nuovo conflitto, stavolta tra Francia e Spagna.
Si giunse quindi al 20 giugno 1502. Andrea che comandava l'esercito italo-spagnolo in Atripalda, fu attaccato dai francesi, e la battaglia si risolse in un bagno di sangue. Il 26 giugno i francesi chiesero una tregua di 15 giorni, ma non mantennero a pieno la parola, saccheggiando lungo la strada di ritorno ad Aversa il castello di Tufo.
Andrea de Capua, si salva e raggiunge nuovamente le file spagnole.
Nel principio del 1503, lo troviamo con le sue truppe a Barletta, dove a causa del cattivo andamento della guerra, si erano ritirati gli spagnoli e i loro alleati Italiano. Era presente il gran capitano Consalvo, Prospero Colonna. Lì a causa di un prigioniero insolente maturarono le condizioni della disfida di  Barletta. Si svolse il 13 febbraio del 1503, si ebbe la disfida di Barletta, e vide due sottoposti di Andrea de Capua, partecipare ai duelli. Infatti Giovan Bartolomeo Fanfulla e Romanello da Forlì, militavano nella compagnia del duca di Termoli, Romanello da Forlì fino 1509 mentre Bartolomeo Fanfulla fino al 1513.
Partecipa alla battaglia di Cerignola, battaglia fondamentale per il dominio in Italia, che si svolse il 28 aprile 1503. Durante la battaglia, si lancia coraggiosamente nella mischia, rischiando di essere disarcionato e ucciso da Cacciavillano dal Corno.
In giugno è al fianco di Prospero Colonna
Prospero Colonna
per liberare Capua e il nord della campania dall'occupazione francese. In dicembre partecipa alla Battaglia del Garigliano il 29 dicembre del 1503.
Dopo la cacciata dei francesi, dalla città di Capua, il 23 febbraio 1504, il viceré Consalvo da Cordova vendette ad Andrea De Capua i feudi del Castello di Ponte e quello di Monterone con l'obbligo di pagare una retta annua alla vedova di Tommaso Sanframondo, Sancia Carafa. Da inoltre come feudo anche Marcianise e Loriano.
Quando Andrea entrò in possesso della baronia di Marcianise, iniziò una possente opera di ingegneria militare, circondandolo di mura e torri, ristrutturando la fortezza.
Capua, che da sempre aveva ricevuto esenzioni e privilegi, per se e i suoi casali e che tra questi privilegi annoverava anche che non si potessero avere nel suo territorio, signori e altre giurisdizioni, ma fosse in perpetuo soggetta direttamente al demanio reale, chiese con forza, anche e sopratutto grazie al peso politico e morale dal celebre Ettore Fieramosca, che Marcianise rientrasse nel proprio dominio.
Era appena finita la guerra, e il gran Capitano Consalvo stazionava con l'esercito ad Aversa. Lì giunsero le deputazioni della città di Capua, nelle persone di Berardino d'Artignano e Berardino Frappero, insieme con gli eletti di Marcianise a perorare la causa.
Ottennero dunque dal viceré il Gran Capitano Consalvo, con una cerimonia pubblica svoltasi a Marcianise, il 28 ottobre del 1504,  le scuse ufficiali della corona e reintegro dei precedenti diritti, .La dichiarazione prevedeva dunque che ad Andrea de Capua fossero concessi altri 
compensi per i meriti che aveva verso la Corona. 
Per vari motivi e nonostante la la lettera del 12 novembre 1505, mandata sia al duca di termoli, sia al Capitano Consalvo, vicerè, la restituzione non avvenne immediatamente, finché non fu redatto un documento, per mano del notaio Pietro Paolo de Marinis, di Capua, datato il 3 Febbraio 1506, nel quale oltre al reintegro nei demanio capuano di Marcianise, detto luogo non si chiamasse più "Terra", ma Casale di Capua.
Comunque si dovette aspettare il 1518, per vedere confermato definitivamente lo status di Marcianise, quale casale di Capua, a decreto diretto di Carlo V.
Con questo reintegro, Marcianise fu di nuovo obbligata a fornire manodopera per la manutenzione dei fossi intorno Capua.
Nel frattempo, la carriera del duca di termoli, subisce una impennata. Nel 1505 viene nominato viceré degli Abruzzi, carica che mantiene fino al 1509. Al comando di 400 lance spagnole viene inviato in soccorso dei francesi dello Chaumont e degli imperiali di Massimiliano d’Austria contro i veneziani. Raggiunge il padovano, attraversa il Bacchiglione a Selvazzano Dentro e muove contro Monselice. All'assedio di Padova. Si pone in agguato a Castelcarro: le sue intenzioni vengono però scoperte dal capitano, al soldo di Venezia, Dionigi Naldi.
Dionigi Naldi

In autunno partecipa alla difesa di Vicenza.
Nella prima metà dell'anno 1510 Esce da Roma, tocca Firenze con 400 lance, 600 cavalli leggeri e 2000 fanti ed entra nel ferrarese in soccorso di Alfonso d’Este.
Intanto, sempre nel 1510 i nipoti di Cola Monforte, Carlo, Francesco, Amgelo e Cesare Gambacorta, intentano una causa per riottenere alcune terre ricevute in dote da Margherita figlia di Carlo di Monforte, in qualità di eredi. Inoltre fu anche chiesta .da un altro Monforte, tale Antonio, la restituzione della città di Termoli.
Si giunse a una mediazione e con la cessione di alcune terre e 2200 ducati si confermarono tutti i titoli e i possedimenti.
In aprile giunge al campo imperiale nel veronese e ne esce al comando di 110 uomini d’arme; contrastato da Lucio Malvezzi, ritorna a Verona.
Rimane circa un mese, poi ritorna nel regno di Napoli. A Pescara effettua la rassegna dei suoi uomini. Nel mese di maggio lascia Pescara e si trasferisce, in Romagna, a Cesena, sosta nel territorio tra Cento, Lugo e Bagnocavallo. 
Nel giugno 1510 viene contattato dai veneziani che, tramite un certo frà Leonardo Prato,
Monumento a fra Leonardo Prato

gli offrono il capitanato generale ed uno stipendio annuo di 30.000 ducati.
E’ segnalato alla difesa di Verona a fianco del principe Rodolfo di Anhalt.
Rodolfo di Anhalt
Lascia Verona; tocca Soave e segue il Palisse verso Vicenza; si sposta ad Olmo (Creazzo); da qui  si reca al campo di Santa Croce Bigolina sul Brenta. 

Si porta verso Padova, con cinque capitani ed ha un nuovo colloquio con frà Leonardo Prato. Dimostra di essere ad un passo dall'accettare l'offerta della Serenissima, e anche i suoi uomini si astengono dal danneggiare il territorio. 
Infine, le trattative non giungono a buon fine e lascia il territorio di Monselice, con la città in fiamme, e rientra a Verona con Rodolfo di Anhalt.
A Verona. per motivi di sicurezza e sopratutto militari, viene proibito agli abitanti, pena la forca, di abbandonare le proprie case; l’oscurità notturna ed il divieto di suonare le campane. E’ istituita una ronda notturna di circa 200 uomini d’arme; vengono assegnati 2000 fanti alla guardia delle artiglierie e di 1000 fanti alla guardia della piazza. Sentinelle sono piazzate lungo la cinta muraria. Viene munito, con molta artiglieria il castello di San Felice, da quale si inizia a bombardare giorno e notte il campo della Serenissima. Andrea da Capua si incontra nuovamente con frà Leonardo Prato per uno scambio di prigionieri.  A Soave con il vescovo di Trento, Georg von Neideck(1483, + 5 giugno 1514) ed il principe di Anhalt per un consiglio di guerra; di seguito si trasferisce nel ferrarese. Il suo comportamento si rivela spesso ambiguo.
Nel settembre Ritorna a Verona per i funerali di Rodolfo di Anhalt che si svolgono nella chiesa di Sant’Anastasia; esce dalla città con i suoi uomini d’arme e quattro compagnie di fanti.  Protegge i saccomanni imperiali da possibili attacchi dei cavalleggeri veneziani. Ritorna a Verona e gli viene affidato il compito di sorvegliare Porta Vescovo. Si scontra a San Bonifacio con Giampaolo Manfrone (Fortebraccio), che riesce a fuggire e a raggiungere il campo di San Martino buon Albergo:.
Durante la ritirata dell'esercito imperiale, si pone alla retroguardia e con la sua azione protegge la ritirata degli imperiali, che stanno fuggendo, salvando in tal modo il suo esercito da una disfatta. 
Chiede al papa Giulio II
Giulio II

un salvacondotto per rientrare nei suoi possedimenti;  invia alcuni uomini a Mantova affinché gli preparino gli alloggiamenti.
Le sue truppe, ferme a Verona, sono senza paga ed in disordine anche a causa delle malattie: molte sono pure le diserzioni.
Francesco II Gonzaga
Richiamato dal re di Spagna,  si allontana da Verona. Tocca Villafranca di Verona, entra nel mantovano con un salvacondotto di Francesco Gonzaga. Prima di partire ha anche il tempo di litigare ferocemente con il vescovo di Trento.
Raggiunge quindi le Marche; passando nei pressi di Montalbodo con ub seguito di 1500 cavalli e 700 fanti. Per suo ordine le sue milizie rispettano i territori attraversati. Nel proseguimento della sua marcia transita per Fermo, dove è ricevuto, (come all'andata, con grandi onori) e da qui raggiunge gli Abruzzi.
l'8 gennaio 1511, rientra con il suo esercito a Napoli.
Il 26 giugno 1511, lascia napoli e si dirige verso Roma, su invito diretto del papaGiulio II. Lì riceve, la nomina Gonfaloniere dello stato della Chiesa al posto di Francesco Maria della Rovere
Francesco Maria I della Rovere

Non prende possesso del titolo in quanto, in agosto, si ammala di febbre Terzana e decide di recarsi in convalescenza a Napoli. 
Il 4 ottobre 1511, con una messa solenne, il Papa unisce Spagna, Portogallo, Inghilterra e Venezia nella Lega Santa contro la Francia.
Viene richiamato dal Papa a Roma, Qui, il 20 novembre del 1511, nella cappella di San Sisto,  riceve. dalle mani del cardinale di San Giorgio il bastone e lo stendardo di Gonfaloniere, simboli del comando. Fu un giorno di festa per tutta Roma, percorsa da un enorme corteo di nobili romani che accompagnarono per tutta la città il loro Gonfaloniere.
Parte quindi per la Romagna con 90 lance e 25 cavalleggeri. 
Di nuovo in guerra, contro la  Francia, nell'ambito della Lega Santa, voluta da papa Giulio II. Raggiunge, con il grado di capitano,  in nome del Re Ferdinando il Cattolico, la Lombardia, con 500 lancieri e 600 fanti venendo in contatto col nemico a Ravenna..I francesi tuttavia vinsero la battaglia. Era l'11 aprile del 1512.
Nel novembre del 1512, Andrea si diresse verso Roma ma giunto a Cività Castellana, il 30 novembre 1512, muore, forse avvelenato per mano dei Colonnesi e del duca di Urbino, come leggersi scritto nel libro ."Dell Antiquità, sito, chiese e corpi santi, scritto da fra Luigi Contarino, mentre altri autori parlano di febbre.
Il suo corpo, nel 1520, viene traslato a Napoli, nella chiesa di Santa Maria del Popolo, nei pressi dell'Ospedale degli Incurabili.
Nei suoi possedimenti, gli successe l'unico il figlio Ferrante, mentre la moglie, Maria d'Ayerbo, scelse la vita monastica, vestendo l'abito cappuccino, nel monastero di Santa Maria di Gerusalemme a Napoli.
Ferrante de Capua, fu 2° duca di Termoli, 2° Conte di Gambatesa,  di Campobasso e Montagnano, fu da Carlo V nominato anche Principe di Molfetta.Ebbe fama di provetto cavallerizzo. Sposò Antonicca del Balzo, dalla quale ebbe due figlie: Isabella e Maria,  Morendo nel novembre del 1523, a Milano, senza figli maschi e i suoi beni andarono alle figlie.
Isabella di Capua,  per decisione paterna avrebbe dovuto sposare suo zio Vincenzo de Capua, ma alla morte del padre, Isabella, contrariamente alle decisioni del padre, sposò Traiano Caracciolo principe di Melfi. Sicché la sorella Maria fu costretta a sostituirsi nel matrimonio con lo zio Vincenzo. 
Vincenzo di Capua qualche anno dopo il matrimonio fece realizzare lo splendido ciclo di affreschi al castello di Gambatesa. Isabella portò in dote a Traiano Caracciolo il principato di Molfetta, il Marchesato di Specchia e la Contea di Alessano. Il matrimonio, però, durò pochissimo perché Traiano presto morì. Isabella non molto tempo dopo conobbe a Napoli Ferrante Gonzaga, conte di Guastalla, figlio del duca di Mantova, allora capitano per conto di Carlo V, e lo sposò nel 1529 portandogli in dote anche il feudo di Campobasso.  
Morto dunque anche Ferrante prima della dipartita della madre, per la di lei volontà, il suo corpo fu deposto nella chiesa di Santa Maria del Popolo, accanto al padre.
Detta chiesa è ubicata nei pressi dell'Ospedale degli Incurabili, fondato da Maria Lorenza Longo, anche grazia alla concessione di 16.000 ducati donati da Maria, per espletare un voto fatto per aver ottenuto una grazia dalla madonna, ricevuta dopo aver assistito ad una messa a Loreto. Alla di lei morte volle essere seppellita nella nuda terra tra Andrea e Ferrante.
Sulla tomba di Andrea de Capua legge il seguente epitaffio:
 “Huic spectata virtus domi forisq./ immortalem gloriam comparavit/ Andreae cognomento de Capua Termulano/ rum duci./ Regnum Aragoniorium gratiam summa/ fide et integritate adepto sacroq. Sanctae/ Romanae Ecclesiae exercitus imperatori/ eximio./ Maria Ayerba coniux munus amoris/ Ann. Sal. MDXXXI”


Andrea de Capua

CITAZIONI
“Fu tra per lo valor suo e dignità del grado, e nobiltà della famiglia, molto operato da i re.” AMMIRATO
“Il cui ardimento è tanto grande, che non può agguagliarsi con parole.” CANTALICIO
“Illustre signore.” NOTAR GIACOMO
“Fut fort estimé capitaine.” BRANTOME
Ferdinando de Capua
Maria d'Ayerba

Bibliografia:
Prima pubblicazione delle storie in forma di giornali, Giuliano Passero, Napoli 1785, presso Vincenzo Orsino.
http://www.francovalente.it/2015/02/25/isabella-di-capua-figlia-di-ferrante-duca-di-termoli-decantata-da-niccolo-franco-per-la-sua-bellezza/
Storia civile della fedelissima Città di Capua, Francesco Granata, Volume I, Stamperia Muziana, Napoli, 1752, pag. 206.
Memorie istoriche degi scrittori legali del Regno di Napoli, Lorenzo Giustiniani, Stamperia Simoniana, Napoli, 1737, Tomo I, pagg. 201 e 202..
Istoria de feudi delle due sicilie, volume 4° , pag 31
Sulla storia esterna delle costituzioni del Regno di Sicilia, promulgate da Federico II,Bartolomeo Capasso, Stamperia della reggia Università, Napoli, 1869, pag 96 e 97.

Dell' Antiqvita, Sito, Chiese, Corpi Santi, Reliqvie, Et Statve Di Roma. Con l'origine e Nobiltà di Napoli. r.p. Luigi Contarino,  Napoli, Giuseppe Cacchi, 1569.

Memorie istoriche del Sannio chiamato oggi principato Ultra ..., Volume 5
www.condottieridiventura.it/Andrea Da Capua

lunedì 19 giugno 2017

Opportunità

E' una questione di opportunità. Tutti noi siamo oppressi dal sistema che ci impedisce il volo(ovvero fa volare solo chi fa parte della gallina bianca a forma di compasso) poi per distrarci uno dei modi è quello di farci scagliare contro altri poveri costretti a lasciare la loro terra o invogliati con falsi miraggi sempre dallo stesso sistema che opprime noi in diverso modo.
Non è accoglienza prendere milioni di persone e trasferirle senza nessuna opportunità in un altro luogo dove già le opportunità sono state ridotte ad arte anche se non al livello di quegli altri, è solo manipolazione, moderno schiavismo, disprezzo assoluto della natura umana fatta comunque a somiglianza di Dio.
Non puoi tenere milioni di persone chiuse in prigioni più o meno pulite, più volte meno che più, senza farle lavorare. Usano le false leggi dei tempi della normalità per impedire per esempio che uno li usi in campagna. Preferiscono tenerle a far nulla nei campi di concentramento moderni (Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo - CARA). Ma è vero o no che siamo in una situazione di emergenza?
Il perbenismo spacciato come sinistra, amico dei padroni del mondo,i si inventa tutte le forme lessicali di sfruttamento dalle quali questi sfortunati devono essere difesi, come nel caso dovesse capitare che un contadino dovesse assumerli. Il contadino magari passa una mazzetta al lavoratore, ma no deve assumerlo e pagare i contributi al governo. Poi quando i criminali li usano per spacciare, rubare o lavorare come schiavi nei loro campi nessuno vede nulla. Tanto che c'è di strano? I soliti sfruttatori, sono criminali. non hanno nulla da perdere.
In italia non si lavora a pari opportunità ma il tutto pende verso il peggio. A parole no ma in fatti si.
E' una situazione di emergenza che si può risolvere solo col lavoro e parliamoci chiaro se non c'è nelle industrie e questa gran massa di esseri umani, se non sono analfabeti, possono essere assimilati a questa condizione, vuol dire non rappresentano in assoluto manodopera specializzata. Nell'attesa che si emancipino come è loro diritto, devono lavorare la terra. Senza sfruttamento ma ogni centimetro di terra libero dovrebbe essere lavorato. Meglio che tenerli a poltrire e a covare odio e disprezzo per la nostra gente per il male indiretto che continuiamo a infliggerli direttamente .o indirettamente.
Lasciarli tali e quali come sono in una civiltà "diversa" dalla loro, li disorienta e li svilisce.
L'emancipazione dell'uomo passa attraverso il lavoro che è benedizione per se e i propri figli che hanno il diritto sacrosanto di nascere in una normale famiglia fatta da padre,e una madre.

Analizzo ora il problema da un altro punto di vista, partendo dal comportamento animale. Un animale selvaggio ha naturale paura dei predatori, ma se il predatore col tempo smette di attaccarlo tale paura presto scompare e finisce che il numero delle prede aumenta a dismisura e se il tempo passa per natura la preda, pur non potendo far nulla contro il predatore comunque inizia ad attaccarlo e se dovesse essere una preda in grado di unirsi magari anche di ucciderlo. Seconda considerazione, se lo stile di vita di una specie riesce a svilupparsi in un determinato ambiente, alla mutazione di detto ambiente tale specie viene danneggiata, e comunque in un territorio lo stile di vita dominante sarà quello della maggioranza di coloro che lo abitano. Ora o si riesce a trasformare lo stile di vita dei neo arrivati in quello della popolazione che già vive in tale territorio o sarà inevitabilmente il contrario. Quindi è lecito o no difendere il proprio stile di vita che poi dopotutto potrebbe non essere il peggiore in assoluto? o peggio di quello della nuova specie?
Per difendersi ci vogliono i mezzi e sono quelli che ci sono stati gradualmente tolti: soldi, libertà, cultura. Ci hanno come chiusi in gabbia, goccia a goccia resi ignoranti, generazione dopo generazione resi consumisti, senza il minimo senso critico. Indeboliti dal cibo spazzatura, dalla vita sedentaria etc. Ci anno gradualmente fatto accettare stili di vita al di la delle nostre possibilità, con materiali e mezzi soggetti alla obsolescenza programmata oltre che alla naturale. Materie prima in levitazione, e poi ecco che siamo stati riempiti di poveri senza dignità, perchè senza soldi vali meno di niente.
Senza comprensione del nuovo ambiente questi poveri tendono sempre ad aggregarsi verso oggetti conosciuti, a chiudersi in ghetti e a continuare il loro stile di vita, perché? perché lo sanno svolgere da sempre. Forse pochi di loro fanno il salto ma questo può essere facilitato quando si è soli. Quando un animale è solo cerca un branco a cui appartenere e accetta le regole di detto branco. Ma se si vive in mezzo a un branco grande con un numero tale di piccoli branchi della sua specie già riconoscibile, naturalmente l'individuo isolato tende a associarsi con i suoi simili. Dal branco l'individuo trae conferme, forza e comprensione.
E noi come branco siamo proprio all'opposto. Siamo soli pur circondati da milioni. Siamo bombardati da ogni angolo di sensi di colpa, che spingono i più sensibili dover trovare la soluzione ad ogni male, combattendo la loro stessa società ma non riuscendo a migliorarla ma solo a disgregarla.
Qualcuno forse crede di essere malvagio quando accende un telefonino e sente la necessità di doverne dare uno a tutti gli abitanti del mondo . Qualcuno potrebbe sentirsi in colpa quando mangia (però spesso questo cibo é pieno glifosato) e vede che in certe parti del mondo non c'è cibo.
In qualcuno scatta una molla che vorrebbe cambiare la propria società per dar tutto a chi non ce l'ha. Ma questo non deve diventare suicidio sociale. L'uomo è il predatore di se stesso, poiché dopo aver soggiogato tutta la natura non gli rimane che un solo nemico. La politica da qualche secolo vive di marketing e finché questo rimane va tutto bene, ma il rischio che detto marketing diviene una realtà concreata, che sfugge di mano è tanto. Per questo bisogna vigilare sul tipo di marketing che si va diffondendo.
Esiste un obbligo morale, difendere l'uomo ma sopratutto migliorarne lo status morale e arrivare infine a una società serena. Ma alcuni marketing rivoluzionari e alcuni predatori vanno contro tali principi. I peggiori marketing predatori sfruttano quelli positivi per i loro fini di disgregazione e sfruttamento, approfittando dell'ignoranza funzionale che regna nelle menti di alcuni individui.
Ci si indigna se un negoziante viene sorpreso a farsi lavare la vetrina da un migrante, ma non ci si indigna quando li vediamo a non fare nulla tutto il giorno fuori a un negozio o agli incroci etc
Il fatto è che loro certamente non vorrebbero stare lì ma ci devono essere per poter vivere e questo è negazione di dignità. Loro vorrebbero fare altro ma chi se ne prende carico e gli consente di uscire dal loro limbo?
La falsa informazione copre tutto come una nebbia. Qualche tempo fa si cercò e forse si riuscì anche a far credere che i ROM erano tutto ROMENI quando in realtà era tutt'altra cosa, così anche con i migranti molte sono le cose che non vengono dette come i milioni di euro di business intorno ai quali girano.
Ci viene evidenziato che siamo una società che ha il dovere dell'accoglienza, tutte cose molto belle, ma non ci viene detto che poco o nula il singolo individuo di detta società può fare. Anzi i comportamenti istintivi e individuali, come quello di dare una monetina al migrante all'uscita del supermercato non sta risolvendo la questione a radicalizzando.
Due sono le cose. O dai la moneta ad un individuo che ambisce a da altro o a chi ambisce solo a quella. Se ambisce ad altro non lo stai aiutando, non gli stati dando dignità. Se ambisce solo a quella umanamente non lo stai aiutando ma lo cristallizzi di più nel suo pessimo e poco dignitoso comportamento.
Si sa però che i beni e i mali sono quelli che dipendono da noi, tutti gli altri sono della categoria degli indifferenti. La nostra capacità di influire nel mondo è molto limitata ed è soggetta all'ignoranza.
La nostra voglia di cambiamento deve partire da noi ma deve spingerci al nostro miglioramento e seguire il miglioramento di quelli che ci stanno vicino e a macchia d'olio si modificherà l'intera società. Ma tale cosa passa solo tramite il vecchio "Conosci te stesso".
Rafforzare il singolo individuo significa rafforzare la società, e chi ne entra a far parte immediatamente si deve adeguare e sente il dovere di farlo. In una società flaccida dove il denaro fa solo comprare cose ma non fa migliorare l'individuo è destinata a dissolversi e a venire assimilata da un'altra società magari scritta nella tavola bianca delle menti di migranti disorientate e sbigottite alla ricerca di qualcosa che ancora non hanno trovato.